Le nostre prigioni
Anche lo stato è in cerca di spiegazioni per la morte di Stefano Cucchi
Ora il tentativo è quello di ricostruire nel modo più dettagliato possibile cosa sia avvenuto nel passaggio del giovane attraverso quattro strutture differenti: la caserma nella notte tra 15 e 16 ottobre, il tribunale la mattina del 16, infine il carcere Regina Coeli e il reparto carcerario dell’ospedale Pertini. Un percorso terminato sul tavolo di un obitorio. Fonti vicine al vertice di Regina Coeli, a conoscenza dei risultati della visita medica effettuata d’ufficio all’ingresso del penitenziario, dicono al Foglio: “Cucchi aveva già il volto tumefatto e lamentava altri dolori alla schiena".

“E’ un primo elementare risultato della nostra mobilitazione bipartisan”, dice al Foglio Luigi Manconi, ex sottosegretario alla Giustizia, che due giorni fa, con i familiari di Cucchi e l’associazione A buon diritto, aveva organizzato una conferenza stampa in Parlamento assieme a rappresentanti di centrodestra e centrosinistra. “Continuo a lavorare alla costituzione di un comitato per fare luce sulla vicenda”, assicura Manconi. Eppure l’avvocato della famiglia di Stefano, Fabio Anselmo, al Foglio spiega: “Io, come la famiglia Cucchi, sono costretto ad aspettare le notizie che mi danno i giornalisti”. Il pm infatti, nel pomeriggio, non aveva ancora contattato Anselmo, che pure aveva presentato alcune istanze. Passaggi procedurali a parte, l’avvocato ha chiesto ad esempio di individuare un nuovo medico legale che non sia legato alla polizia giudiziaria, come anche di indagare tutti quelli che hanno avuto a che fare con il ragazzo a partire dalla sera del fermo: “Serve a tutelarli”, precisa Anselmi.
Anche perché ora il tentativo è quello di ricostruire nel modo più dettagliato possibile cosa sia avvenuto nel passaggio del giovane attraverso quattro strutture differenti: la caserma nella notte tra 15 e 16 ottobre, il tribunale la mattina del 16, infine il carcere Regina Coeli e il reparto carcerario dell’ospedale Pertini. Un percorso complesso, terminato sul tavolo di un obitorio, con il corpo di Stefano visibilmente segnato, sul volto e sulla schiena. Fonti vicine al vertice di Regina Coeli, a conoscenza dei risultati della visita medica effettuata d’ufficio all’ingresso del penitenziario, dicono al Foglio: “Cucchi aveva già il volto tumefatto e lamentava altri dolori alla schiena. Per questo, visto che la radiologia in quel momento era chiusa, lo abbiamo portato immediatamente all’ospedale Fatebenefratelli”. Mentre il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, si dice “certo” del “comportamento assolutamente corretto dei carabinieri”. Ma oltre all’origine delle lesioni è ancora da spiegare la negazione del diritto del fermato a ricorrere subito all’avvocato di fiducia (lo sostengono i familiari e da ieri anche Manconi), l’impedimento per i genitori di conoscere le condizioni del figlio ricoverato e di parlare con i sanitari.
“Lasciamo tempo agli accertamenti, ma è difficile non pensare a recenti casi di cronaca dello stesso tipo”, commenta al Foglio Piero Sansonetti, oggi direttore de Gli Altri, e che alla guida di Liberazione fu tra i primi a sollevare con forza il caso di Federico Aldrovandi. Quest’ultimo, diciottenne di Ferrara, nel 2005 morì per le percosse di alcuni agenti che lo avevano fermato, poi condannati in primo grado lo scorso luglio: “Se quella vicenda non si fosse trasformata in un caso pubblico – spiega Sansonetti – forse saremmo rimasti fermi alle tesi curiose che, ieri come oggi, sono addotte in un primo momento”. Il riferimento è all’ipotesi di una “caduta accidentale” per le scale, riferita mercoledì dal ministro Alfano. “Ripetevamo quanto comunicato dal carcere”, hanno detto subito dal ministero di via Arenula; “della caduta si parla per la prima volta nel precedente referto del tribunale”, sostengono invece da Regina Coeli. “Resta un aspetto positivo di tutta questa vicenda, se proprio lo si deve trovare – continua Sansonetti – che il mondo politico non si è fatto intimorire e ha chiesto in maniera netta che si facesse chiarezza”.
E la stampa? “Da una quindicina d’anni, come testimoniano anche i recenti tormentoni su trans ed escort, i giornali sono più interessati al linciaggio ed evidentemente dedicano minore attenzione alla difesa dei diritti dell’individuo. Con una stampa più garantista, e veramente libera, questi episodi sarebbero meno frequenti”. E per il futuro? “Torna d’attualità l’idea di istituire un Garante nazionale per le persone private della libertà”, dice al Foglio Salvo Fleres, senatore Pdl, che ha depositato una proposta di legge in tal senso al Senato. E lo stesso ha fatto alla Camera Rita Bernardini (Radicali-Pd): “Un organo indipendente dall’esecutivo e con poteri reali di sindacato ispettivo nelle carceri e nei luoghi di detenzione delle caserme di carabinieri e polizia – dice la deputata – costituirebbe una forma di controllo fondamentale. Un modo di inverare innanzitutto l’articolo 13 della Costituzione”.